
Selezione, gestione, valorizzazione. Come si costruisce davvero un calciatore.
di Enrico Ascheri
27 maggio 2026
Nel calcio si parla molto di talento. Si parla molto meno di quello che ci vuole per non sprecarlo — e lo sappiamo: il talento da solo non basta.
Ho lavorato per oltre quindici anni nel calcio professionistico e dilettantistico italiano — nel mercato, nei settori giovanili, nello scouting. In tutto questo tempo ho visto talenti reali non arrivare da nessuna parte e talenti apparentemente normali diventare calciatori professionisti solidi. La differenza quasi mai era nel talento. Era nel processo che lo circondava.
Ho sviluppato nel tempo una convinzione precisa: ogni calciatore attraversa tre fasi che non possono essere separate. Si chiamano selezione, gestione e valorizzazione. Non sono fasi sequenziali che si esauriscono una dopo l’altra. Sono principi attivi che accompagnano il calciatore per tutta la sua permanenza in un club. E quando uno dei tre manca — o è fatto male — gli altri non bastano a salvare il percorso.
Selezione: non basta vedere, bisogna capire
La selezione non è guardare una partita e decidere se un ragazzo è forte o no. È un processo che comincia con l’osservazione e finisce con una scelta consapevole — e tra questi due momenti c’è molto più lavoro di quanto la maggior parte dei club sia disposta ad ammettere.
Osservare un calciatore significa vederlo più volte, in contesti diversi, in momenti diversi della stagione. Significa capire come reagisce quando la squadra è in difficoltà, come si comporta quando sbaglia, come si relaziona con i compagni e con lo staff. Significa distinguere quello che è — le sue qualità reali, il suo margine di sviluppo — da quello che sembra in una singola prestazione favorevole o sfavorevole.
Ma osservare non basta. Il passo successivo è conoscere il calciatore. Parlargli. Capire chi è fuori dal campo, le sue ambizioni, il suo contesto familiare, la sua testa. Uno scout che non ha mai parlato con il ragazzo che ha osservato sa solo metà della storia — e spesso è la metà meno importante.
E poi c’è la trattativa. Che non è solo una questione economica. È il momento in cui si valuta se il club può davvero offrire a quel calciatore quello di cui ha bisogno per crescere. Prendere un ragazzo perché è bravo non basta: bisogna avere la possibilità concreta di farlo crescere, in quel contesto, con quello staff, in quel momento. Se questa condizione non c’è, la scelta giusta è non prenderlo — anche se è forte. Anche se ti dispiace.
Questa è la parte più sottovalutata della selezione: la capacità di dire no. Un calciatore preso nel momento sbagliato, nel club sbagliato, rischia di essere sprecato indipendentemente dal talento che ha.
Gestione: tutto quello che avviene quando è nel tuo club
Una volta che il calciatore è nel club, inizia la fase più complessa e più lunga: la gestione. È una responsabilità che tocca ogni dimensione della sua vita professionale.
La gestione comprende il lavoro tecnico quotidiano: come viene allenato, con quali metodi, con quale intensità, con quali obiettivi per la sua fase di sviluppo. Comprende la preparazione atletica, calibrata sulle sue caratteristiche e sui suoi margini di miglioramento. Comprende la gestione medica — prevenzione, recupero dagli infortuni, monitoraggio del carico. Comprende l’alimentazione, il recupero, tutto quello che avviene fuori dal campo e che incide su quello che avviene dentro.
Ma la gestione non è solo tecnica. È anche relazionale.
Come si parla a quel calciatore dopo una sconfitta, dopo un errore, dopo una prestazione opaca — determina molto di più degli esercizi che gli proponi. Come si gestisce il suo rapporto con l’allenatore, con i compagni, con la famiglia quando c’è tensione. Come si affrontano i momenti di crisi — e ce ne sono sempre, nel percorso di qualsiasi calciatore.
Un club che gestisce bene non si limita a far allenare. Costruisce attorno al calciatore un ambiente che gli permette di rendere — e che regge anche quando non ci riesce. Questo richiede che nel club ci sia qualcuno con una visione completa del calciatore, non solo del suo rendimento in campo. Qualcuno che coordini le diverse componenti dello staff e garantisce che lavorino nella stessa direzione. Quando questa figura manca, le aree — tecnica, medica, atletica, psicologica — operano in modo frammentato. Il calciatore ne paga le conseguenze, ma spesso nessuno lo collega a una causa precisa. Si dice che “non ha sfondato”. Il punto è che nessuno lo ha gestito davvero.

Valorizzazione: scegliere il percorso giusto
La valorizzazione è la fase che il calcio italiano gestisce peggio. Ed è paradossale, perché è quella che determina il ritorno sull’investimento fatto nelle prime due fasi.
Valorizzare un calciatore significa scegliere per lui il percorso più adatto al suo sviluppo in quel momento specifico della sua carriera. Non esiste una risposta universale — esiste una risposta giusta per quel calciatore, in quel momento, in quel contesto.
A volte la risposta è interna al club. Il ragazzo cresce, è pronto per un salto di livello — ma non necessariamente in prima squadra. Può servire farlo allenare stabilmente con la prima squadra pur continuando a giocare nella categoria inferiore. Può servire farlo giocare sotto leva — con ragazzi più giovani di lui — perché con i pari età non è più allenante: le sfide non lo stimolano abbastanza, non cresce più. Ha bisogno di nuove difficoltà. Questa scelta, apparentemente controcorrente, è spesso quella che sblocca un talento che si era cristallizzato.
A volte la risposta è esterna. Il prestito — ma non un prestito qualsiasi. Il club giusto, nella categoria giusta, con un allenatore che lo farà giocare e che ha un approccio di sviluppo. Un prestito sbagliato — in una squadra dove non gioca, o in un contesto che non gli è adatto — può fermare una carriera più di un anno in panchina.
Poi c’è la cessione definitiva, quando il club ha portato il calciatore al massimo di quello che può offrirgli e il passo successivo richiede un ambiente diverso.
E infine — ed è la scelta più difficile e più rara in Italia — c’è il lancio diretto in prima squadra quando il ragazzo è davvero pronto. Non per necessità, non per emergenza, ma per scelta consapevole. Questa decisione richiede coraggio istituzionale: l’allenatore che crede nel ragazzo, il direttore sportivo che lo protegge quando sbaglia, il presidente che non cambia idea al primo risultato negativo. In Italia questo coraggio latita — e non è un giudizio generico, è quello che si vede ogni stagione.

Perchè i tre principi devono stare insieme
Selezione, gestione e valorizzazione non funzionano separatamente. Un club che seleziona bene ma gestisce male brucia i talenti che ha trovato. Un club che gestisce bene ma non valorizza tiene in panchina calciatori che potrebbero rendere altrove. Un club che valorizza senza aver selezionato e gestito correttamente manda sul mercato — o in prima squadra — ragazzi che non sono pronti.
Il problema del calcio italiano non è che manchi uno dei tre. È che quasi nessun club li ha costruiti come sistema integrato, con ruoli chiari, processi definiti e una visione condivisa che attraversa tutta la struttura — dallo scouting all’allenatore della prima squadra.
Quando questo sistema esiste, i talenti si trasformano in calciatori. Quando non esiste, i talenti si perdono — e ognuno dà la colpa a qualcun altro.