IDENTITÀ, STRUTTURA, CONTINUITÀ
Perché i club italiani continuano a ricominciare da zero
di Enrico Ascheri

C’è una scena che si ripete nel calcio italiano con una frequenza quasi divertente, se non fosse così costosa per i club.
Cambia l’allenatore. Oppure cambia il direttore sportivo. A volte cambiano entrambi nello stesso momento. E nel giro di poche settimane, il club che aveva un’idea di gioco, un modo di lavorare, una direzione riconoscibile — ricomincia. Nuovi principi tattici, nuovi riferimenti, nuovi criteri di valutazione. I giocatori che erano titolari diventano esuberi. Quelli che erano esuberi tornano centrali. E il settore giovanile che stava costruendo un’identità tecnica coerente con la prima squadra si ritrova a dover ricominciare anche lui.
Questo non è un problema di persone. È un problema di struttura. Per questo credo che il settore giovanile debba essere autonomo dal contesto della prima squadra e riportare direttamente alla proprietà — collaborando ovviamente con le indicazioni della direzione sportiva, ma senza dipenderne.
Il talento delle persone non basta
Il calcio italiano ha allenatori competenti e direttori sportivi preparati — anche se su questo secondo punto ci sarebbe molto da approfondire, soprattutto sull’evoluzione del ruolo negli ultimi anni. Il problema non è la qualità individuale. È che queste persone lavorano dentro sistemi che non le supportano, non le collegano e non sedimentano niente di quello che costruiscono.
Il calcio è un sistema chiuso, con molte più figure abilitate della domanda reale. Funzionerebbe se ci fosse una meritocrazia vera, che selezionasse per qualità e competenza. Spesso non è così.
Quando un club funziona grazie alla visione di un singolo — un allenatore carismatico, un DS con le relazioni giuste, un presidente con un’idea chiara — quella visione è personale, non organizzativa. È nella testa di qualcuno, non nei processi del club. Quando quella persona se ne va, se ne va anche la visione.
I club europei che crescono con continuità hanno capito una cosa che in Italia facciamo fatica ad accettare: le persone passano, i sistemi restano. Non è cinismo — è organizzazione.
Cosa significa davvero avere un’identità tecnica
L’identità tecnica di un club non è lo stile di gioco dell’allenatore in carica. È qualcosa di più profondo e più stabile: il tipo di calciatore che il club cerca, allena e valorizza. Il modo in cui si lavora difensivamente, come si gestisce la palla, quale intensità si richiede.
È la risposta a una domanda precisa: se togli il nome dell’allenatore dalla lavagna, come riconosci che questa è la squadra di questo club?
Quando questa risposta esiste — ed è scritta nei processi, condivisa dallo staff, trasmessa dal settore giovanile alla prima squadra — il cambio di allenatore diventa una variazione sul tema, non una rivoluzione. Il nuovo tecnico porta il suo contributo dentro un sistema che già esiste.
Quando questa risposta non esiste, ogni cambio è una tabula rasa. E la tabula rasa ha un costo: di tempo, di denaro, di giocatori che non capiscono più cosa si chiede loro, di famiglie che non riconoscono più il progetto in cui avevano creduto.
Il settore giovanile paga il prezzo più alto
C’è un aspetto di questo problema quasi sempre sottovalutato: il costo che il meccanismo del “ricominciare da zero” ha sui settori giovanili.
Un ragazzo che entra a dodici anni e ne esce a diciotto ha attraversato in media due o tre cambi di guida tecnica, altrettanti cambi di filosofia di gioco e probabilmente un paio di riorganizzazioni dello staff. In sei anni formativi — quelli in cui si definisce il calciatore che sarà — ha ricevuto input contraddittori, metodologie discontinue, messaggi tecnici che non si tenevano insieme.
Il risultato non è un giocatore adattabile. È un giocatore confuso, che non ha automatizzato nulla perché ogni volta che stava costruendo qualcosa gli veniva detto di ricominciare con un modello diverso.
Costruire un calciatore richiede tempo e coerenza. Non si costruisce coerenza senza struttura.

Il modello che funziona — e perché in Italia fatica ad attecchire
I club europei che hanno risolto questo problema hanno fatto una scelta precisa: hanno investito sull’organizzazione prima che sui singoli. Hanno definito un’identità tecnica condivisa e l’hanno tradotta in processi concreti — dai criteri di scouting ai modelli di allenamento, dai profili dei giocatori ricercati ai percorsi di sviluppo giovanile — rendendola indipendente dalle persone che la portano avanti.
Non è un modello riservato ai grandi club. È applicabile a qualsiasi livello, perché si basa su chiarezza e metodo, non su risorse straordinarie.
In Italia questo approccio fatica ad attecchire per una ragione culturale precisa: tendiamo a fidarci delle persone più che dei sistemi. In altri contesti è un punto di forza — nel calcio, quando si tratta di costruire qualcosa di duraturo, diventa un limite.
Fidarsi di una persona è giusto. Affidarsi esclusivamente a una persona, senza costruire il sistema che la supporta e che sopravvive alla sua uscita, significa condannare il club a ricominciare ogni volta che quella persona non c’è più.
Cosa si può fare, concretamente
Non esiste una soluzione semplice, ma esiste un punto di partenza chiaro: separare l’identità tecnica del club dalla visione del singolo dirigente o allenatore.
Questo significa definire — prima di scegliere chi metterci, non dopo — che tipo di calcio il club vuole esprimere, che tipo di giocatore vuole sviluppare, con quali criteri valuta le prestazioni. Significa costruire un’area tecnica con una continuità propria, indipendente dal ciclo degli allenatori. Significa che il settore giovanile lavora su un modello coerente con la prima squadra, non come appendice decorativa ma come parte integrante del progetto.
Non è rivoluzione. È organizzazione.
E l’organizzazione, nel calcio italiano, è ancora troppo spesso l’ultima cosa a cui si pensa — e la prima a essere sacrificata quando arriva la pressione dei risultati.

Enrico Ascheri
Direttore Sportivo, Responsabile Scouting e Responsabile Settore Giovanile
Ho maturato oltre quindici anni di esperienza nella gestione dell’area tecnica e del settore giovanile nel calcio professionistico italiano.