La partita non è allenamento. È verifica.
di Enrico Ascheri

C’è una domanda che faccio spesso agli staff tecnici dei settori giovanili con cui lavoro: a cosa serve la partita della domenica?
Le risposte variano — per vincere, per crescere, per mettere in pratica quello che abbiamo fatto in settimana. Ma il comportamento reale racconta qualcosa di diverso. Racconta che la partita, nel calcio giovanile italiano, è diventata il centro di gravità attorno a cui ruota tutto il resto. Per i ragazzi, a quella età, ha anche un senso — ma soprattutto per i genitori, che spesso scelgono dove portare i figli guardando il valore della squadra, non quello dello staff. E in molti casi anche gli istruttori sentono la pressione di vincere, ma su questo torno dopo. L’allenamento della settimana si costruisce in funzione dell’avversario di domenica. Le scelte tattiche o del tipo di allenamento cambiano in base al risultato. Il ragazzo che ha sbagliato sabato viene tolto domenica. La valutazione del calciatore si basa su quello che ha fatto in gara. Questo è un problema. Ed è un problema che paghiamo nel tempo, non nell’immediato — il che lo rende ancora più difficile da riconoscere.
Questo è un problema. Ed è un problema che paghiamo nel tempo, non nell’immediato — il che lo rende ancora più difficile da riconoscere.
La gerarchia invertita
Nel calcio giovanile la partita dovrebbe avere una funzione precisa: verificare i progressi costruiti nel medio-lungo periodo in allenamento. I miglioramenti nei ragazzi spesso non si vedono da una settimana all’altra — si vedono in un arco di tempo più lungo. Questa differenza non è semantica. È operativa, e cambia completamente il modo di leggere e valutare la prestazione.
Se la partita è il momento della verifica, l’allenamento è il momento reale dello sviluppo. È in settimana che il ragazzo impara un movimento, lo ripete, lo sbaglia, lo corregge, lo automatizza. È in settimana che lo staff interviene, corregge, spiega. La partita poi dirà se quel lavoro ha funzionato — aggiungerà esperienza e aiuterà la formazione mentale del ragazzo sul piano agonistico.
Se invece la partita diventa il momento principale, accade qualcosa di preciso: l’allenamento perde centralità e diventa preparazione alla gara. Lo staff inizia a fare scelte in funzione del risultato di domenica, non dello sviluppo del calciatore. Il ragazzo capisce in fretta dove sta il peso reale — e adatta il suo comportamento di conseguenza.
Il risultato è un calciatore che impara a performare, non a crescere. Che cerca la scelta sicura invece di quella rischiosa. Che gestisce la partita invece di giocarla.
Cosa insegna davvero la sconfitta di domenica
Prendiamo una situazione concreta. Una squadra Under 15 perde tre partite consecutive. Come reagisce lo staff?
Nel modello più diffuso, la risposta è tattica: si cambia qualcosa nel sistema, si lavora sulle situazioni che hanno prodotto i gol subiti, si riorganizza la difesa. È una risposta comprensibile — ma è una risposta da calcio di adulti.
Nella pratica quotidiana cambia completamente la cultura dello staff e il messaggio che arriva al ragazzo. Nel primo caso il messaggio è: il risultato conta, adattiamoci. Nel secondo è: stiamo costruendo qualcosa, continuiamo.


Il ragazzo che impara a leggere lo staff
I giovani calciatori sono osservatori straordinari. Leggono lo staff molto meglio di quanto lo staff legga loro.
Se vedono che dopo una sconfitta l’allenatore cambia sistema, capiscono che il sistema non è una convinzione — è una risposta al risultato. Si crea così la cultura dell’alibi. Se vedono che chi sbaglia in partita non gioca la domenica successiva, capiscono che l’errore va nascosto, non affrontato. L’errore invece dovrebbe entrare nella testa come esperienza — capire come non ripeterlo è parte del processo. Se vedono che la settimana di allenamento è costruita sull’avversario di domenica e non su principi stabili, capiscono che non c’è un filo conduttore. C’è solo la prossima partita.
Questi messaggi impliciti sono più potenti di qualsiasi cosa venga detta nello spogliatoio. Formano la mentalità del calciatore molto più degli esercizi tecnici. E una volta formati, questi pattern sono difficilissimi da correggere.
Queste cose dovrebbero capirle soprattutto i genitori, che spesso si fanno influenzare dal risultato e dal minutaggio del figlio.
Gli istruttori sempre precari
Gli istruttori stessi fanno fatica a distaccarsi dal risultato della domenica — anche perché, in un club che crede davvero nel settore giovanile, dovrebbero essere giudicati su quanto migliorano i ragazzi, non su quante partite vincono. Ma spesso non è così.
Capisco anche chi allena nei settori giovanili e arriva a fine stagione senza sapere se sarà confermato, guadagnando meno di quanto spende per svolgere la propria attività. Anche nei settori giovanili professionistici quasi tutti fanno un doppio lavoro — una condizione che in molti altri Paesi non esiste.
Per cambiare la mentalità di chi lavora nei settori giovanili bisogna invertire la tendenza dall’alto: investire sulle giovanili con la stessa serietà con cui si investe sulla prima squadra.
Come si inverte la gerarchia
Invertire questa logica non richiede rivoluzioni. Richiede chiarezza su alcune scelte di metodo — esplicite, condivise dallo staff e coerenti nel tempo.
La prima è separare la valutazione del calciatore dalla valutazione della prestazione in gara, senza farsi condizionare dal risultato. Un ragazzo può fare una partita mediocre e stare crescendo bene. Un altro può fare una buona partita e stare sviluppando abitudini sbagliate. La partita è un campione — un dato tra molti, non il dato definitivo.
La seconda è costruire la settimana su principi stabili, non sull’avversario di domenica. I principi cambiano lentamente, man mano che vengono acquisiti. L’avversario cambia ogni settimana. Se alleni in funzione dell’avversario, non stai costruendo un calciatore — stai preparando una partita.
La terza è comunicare allo staff e ai ragazzi che il risultato della domenica non è l’obiettivo, è una conseguenza. Se il lavoro della settimana è stato fatto bene, nel tempo i risultati arrivano. Se si invertono i piani, si ottiene il contrario: risultati a breve termine e calciatori fragili a lungo termine.
Il paradosso del settore giovanile che vince troppo
C’è un ultimo punto che vale la pena nominare, anche se è scomodo: un settore giovanile che vince molto non è necessariamente un settore giovanile che lavora bene.
Può essere un settore che seleziona i più forti fisicamente, li mette insieme e li fa giocare per vincere. A dodici, tredici, quattordici anni funziona. A diciotto, quegli stessi calciatori si trovano spesso ad aver perso il vantaggio fisico senza aver sviluppato gli strumenti per compensarlo.
Il vero indicatore di un settore giovanile non è quante partite vince. È quanti calciatori produce. E per produrre calciatori, la partita della domenica deve tornare a fare il suo mestiere: verificare il lavoro della settimana, non sostituirlo.

Enrico Ascheri
Direttore Sportivo, Responsabile Scouting e Responsabile Settore Giovanile
Ho maturato oltre quindici anni di esperienza nella gestione dell’area tecnica e del settore giovanile nel calcio professionistico e dilettantistico italiano.