
Lo staff tecnico non è un insieme di individui. È un sistema.
di Enrico Ascheri
13 Maggio 2026
C’è un modo molto diffuso di costruire uno staff tecnico nei settori giovanili italiani: si cerca la persona giusta per ogni categoria. Un allenatore per la Primavera, uno per l’Under 17, uno per l’Under 15, con i relativi collaboratori — più o meno numerosi in funzione della categoria, del livello della società, della visione del responsabile e del budget disponibile. Ognuno con la sua esperienza, le sue idee, il suo modo di lavorare. Ognuno, spesso, scelto in modo indipendente dagli altri.
Il risultato è uno staff composto da persone competenti che lavorano in parallelo — non insieme.
E il ragazzo che sale di categoria ogni anno si trova a ricominciare. Nuovi riferimenti tecnici, nuovi messaggi, nuovi criteri. A volte nuovi principi di gioco. Cambia l’allenatore, cambia il modello. Quello che aveva automatizzato l’anno prima viene messo in discussione. Quello che stava imparando viene interrotto.
Non perché gli allenatori siano incompetenti. Ma perché non fanno parte di un sistema.
Il problema non è la qualità delle persone
Questa è la cosa più difficile da far passare a chi gestisce un club: il problema dello staff quasi mai è la qualità individuale delle persone che lo compongono.
Puoi avere i migliori allenatori giovanili della tua regione — o anche di fuori — tutti insieme nello stesso settore, e ottenere un risultato mediocre. Se ognuno lavora con il proprio metodo, valuta con i propri criteri e comunica con il proprio stile, il risultato è frammentazione.
Ho visto staff tecnicamente validi produrre calciatori confusi, perché ogni allenatore insegnava qualcosa di diverso. E ho visto staff meno brillanti individualmente produrre calciatori solidi, perché lavoravano tutti nella stessa direzione con gli stessi principi.
La differenza non era nelle persone. Era nella coerenza del sistema. Questo è sicuramente più facile dove esiste un responsabile che ha avuto la fortuna di lavorare con continuità — qualcosa di sempre più raro — come Michele Sbravati al Genoa o Roberto Samaden all’Inter.


Cosa significa lavorare come sistema
Lavorare come sistema non significa che tutti gli allenatori debbano essere uguali. Anzi: le diversità possono arricchire i ragazzi. Significa che condividono una base comune — i principi tecnici del club, i criteri di valutazione del calciatore, il modo di gestire l’errore, il linguaggio con cui si parla ai ragazzi.
Quando questa base esiste, l’allenatore dell’Under 15 e quello della Primavera parlano la stessa lingua. Il ragazzo che sale di categoria trova un ambiente diverso — ritmi più alti, richieste più esigenti — ma riconosce i riferimenti. Sa cosa ci si aspetta da lui. Non ricomincia da zero.
Quando questa base non esiste, ogni categoria è un mondo a sé. E il percorso del ragazzo nel settore giovanile diventa una sequenza di interruzioni invece che uno sviluppo continuo.
Il coordinatore tecnico non è un ruolo decorativo
In molti settori giovanili italiani esiste sulla carta un coordinatore tecnico — o un responsabile metodologico — ma nella pratica questa figura ha un ruolo marginale. Organizza le partite, gestisce le comunicazioni con le famiglie, a volte fa da arbitro tra gli allenatori. Raramente entra nel merito del lavoro tecnico quotidiano.
Questo è un errore strutturale.
Il coordinatore tecnico dovrebbe essere la figura che garantisce la coerenza del sistema: osserva gli allenamenti di tutte le categorie, individua dove i principi del club non vengono applicati, facilita il dialogo tra gli allenatori, porta il modello condiviso dentro la quotidianità del lavoro. Non per controllare — per integrare.
Senza questa funzione reale, il modello tecnico del club rimane un documento scritto da qualche parte, che nessuno legge e che non cambia niente.

Il momento più delicato: il passaggio di categoria
C’è un momento specifico in cui l’assenza di sistema produce i danni più evidenti: quando un ragazzo sale di categoria.
È il momento in cui le discontinuità si accumulano tutte insieme. Nuovo allenatore, nuovo gruppo, nuovi compagni, nuove richieste fisiche. Se a questo si aggiunge un cambio di principi tecnici — un modo diverso di difendere, un’idea diversa di come costruire il gioco, criteri diversi su cosa vuol dire giocare bene — il ragazzo è sovraccarico di novità da gestire.
I più solidi ce la fanno lo stesso. Ma quelli in una fase delicata di sviluppo — quelli che avevano bisogno di continuità per consolidare quello che stavano imparando — spesso si perdono proprio in quel passaggio. E nessuno lo registra come un fallimento del sistema, perché è più comodo pensare che “non era abbastanza forte”.
Spesso non era abbastanza supportato.

Come si costruisce uno staff che funziona come sistema
Non esiste una formula universale, ma ci sono alcune condizioni che ho visto fare la differenza concretamente.
La prima è avere un modello tecnico scritto e condiviso — non un documento generico sui valori del club, ma una guida operativa su come si allena, come si valuta, come si comunica con i ragazzi nelle situazioni chiave. Un documento vivo, che viene discusso e aggiornato, non archiviato.
La seconda è creare momenti strutturati di confronto tra gli allenatori delle diverse categorie. Non riunioni formali occasionali — incontri regolari in cui si discute dei singoli ragazzi, si condividono osservazioni, si allineano i messaggi. È lì che il sistema si mantiene coerente nella pratica.
La terza — ed è quella più sottovalutata — è selezionare gli allenatori non solo sulla competenza tecnica individuale, ma sulla capacità di lavorare dentro un sistema condiviso. Un allenatore brillante che non accetta i principi del club è un problema, non una risorsa. Perché introduce discontinuità proprio dove il sistema ne ha meno bisogno.
Lo staff è il primo ambiente del calciatore
C’è una ragione più profonda per cui tutto questo conta, al di là dell’efficienza organizzativa.
Lo staff tecnico è il primo ambiente professionale che un giovane calciatore sperimenta. Il modo in cui gli allenatori si relazionano tra loro, il modo in cui gestiscono i conflitti, il modo in cui comunicano i principi — tutto questo entra nella formazione del ragazzo. Non come insegnamento esplicito, ma come modello implicito.
Un ragazzo che cresce in uno staff coerente, dove le persone lavorano nella stessa direzione e si rispettano, assorbe qualcosa che va oltre la tecnica calcistica. Assorbe una cultura del lavoro.
Uno staff diviso, incoerente, dove ogni allenatore tira dalla propria parte, produce calciatori che non sanno in chi fidarsi. E che imparano molto presto a fare lo stesso.

Il paradosso che nessuno vuole vedere
Investiamo tempo e risorse per trovare i talenti giusti. Selezioniamo con cura i ragazzi, li osserviamo, li valutiamo. E poi li mettiamo in mano a uno staff che non lavora come sistema.
È come costruire una casa con i materiali migliori del mercato, senza un progetto condiviso. Ognuno mura dove gli sembra giusto. Il risultato non crolla subito — ma non regge nel tempo.
La domanda che ogni responsabile di un settore giovanile dovrebbe farsi è semplice: i miei allenatori lavorano davvero insieme?
Enrico Ascheri
Direttore Sportivo, Responsabile Scouting e Responsabile Settore Giovanile
Ho maturato oltre quindici anni di esperienza nella gestione dell’area tecnica e del settore giovanile nel calcio professionistico e dilettantistico italiano.