Scouting giovanile: Non chi è, ma chi può diventare
di Enrico Ascheri
20 Maggio 2026
C’è un’immagine che tutti conosciamo: l’osservatore in tribuna, taccuino e penna in mano, occhi fissi sul campo. È diventata quasi un’icona del mestiere. Il problema è che quell’immagine racconta solo la cornice, non il lavoro vero. Guardare le partite è il punto di partenza dello scouting giovanile, non il suo metodo. E confondere i due è uno degli errori più comuni — e più costosi — che ho visto commettere nella valutazione dei giovani calciatori.
Cosa si osserva davvero (e cosa si ignora)
Una partita ti mostra comportamenti situazionali. Ti dice come un ragazzo reagisce in quel preciso contesto, in quel momento della stagione, con quella squadra, contro quell’avversario. Non ti dice tutto del calciatore.
Quello che sfugge a molti durante una partita è spesso più importante di quello che in pochi vedono: il comportamento senza palla per lunghi tratti di gioco, la risposta alla fatica mentale nella fase finale, il modo in cui un ragazzo gestisce l’errore — il proprio e quello dei compagni — il linguaggio del corpo quando la squadra è in difficoltà, la qualità delle relazioni in campo fuori dai momenti di possesso. Non sono dettagli secondari. Sono spesso quelli che separano un giocatore che cresce da uno che si ferma.
Vedere il giocatore del futuro, non quello che oggi sembra il più bravo
Questo è il cuore dello scouting giovanile. Ed è anche il punto dove si concentrano gli errori più grandi.
Un ragazzo di 14 anni che domina fisicamente i suoi pari categoria non è necessariamente un talento calcistico: potrebbe semplicemente essere più grande, più maturo biologicamente, più strutturato fisicamente rispetto ai coetanei. Tra qualche anno, quando il campo si sarà livellato fisicamente, quei vantaggi svaniscono. E con loro, spesso, anche quella presunta superiorità tecnica.
Lo scouting giovanile richiede di leggere il contesto in profondità: il livello della squadra, del campionato, dell’avversario, del ruolo tattico che l’allenatore chiede a quel ragazzo. Un trequartista brillante in una squadra che costruisce dal basso e gioca a memoria è avvantaggiato rispetto a uno che gioca in un 4-4-2 lungo e diretto. La prestazione non è mai neutra rispetto al sistema in cui avviene. Bisogna saper decontestualizzare quello che si vede — e non è semplice.
Ma la variabile più sottovalutata è quella temporale. La storia del calcio italiano degli ultimi vent’anni è piena di giocatori che a 14 o 15 anni non trovavano spazio nemmeno nella squadra del loro settore giovanile, e che poi sono diventati professionisti di Serie A. Non erano i più bravi della loro generazione: erano quelli con la traiettoria di sviluppo più interessante, spesso più lunga. Magari erano fisicamente indietro, magari il loro calcio era già leggibile ma il loro corpo non li sosteneva ancora, magari erano in un ambiente che non valorizzava le loro caratteristiche.
Il compito dell’osservatore non è trovare il ragazzo più forte oggi. È identificare chi ha le qualità — tecniche, cognitive, caratteriali — per diventare un giocatore nel tempo.

La dimensione temporale: una sola partita non dice nulla
Lo scouting giovanile è per definizione un processo longitudinale. Una singola osservazione è un dato. Tre osservazioni in contesti diversi — una partita equilibrata, una in cui la squadra è in difficoltà, una in cui il ragazzo ha cambiato ruolo o ha vissuto un momento di forma negativa — cominciano a costruire un profilo. Solo molte osservazioni nel tempo, possibilmente in stagioni diverse, permettono di leggere la traiettoria.
Il talento precoce non è garanzia di nulla. Ho visto giovani fenomeni arenarsi e giocatori che sembravano ordinari a 15 anni sbocciare a 19 o 20. Quello che conta non è lo stato attuale, ma la direzione in cui quel ragazzo sta andando: sta migliorando? Sta assorbendo gli stimoli del suo ambiente? Sta sviluppando nuove soluzioni o sta vivendo di rendita sulle qualità che già possiede?

Cosa succede fuori dal campo
Il campo è il luogo dove il talento si manifesta. Ma non è il luogo dove si forma o si disperde.
Il carattere di un ragazzo, il suo ambiente familiare, il modo in cui gestisce la pressione, il rapporto con la scuola e con le responsabilità quotidiane: tutti questi elementi determinano se un potenziale si realizza o si perde per strada. Un talento tecnico straordinario in un contesto familiare instabile, o con una gestione emotiva fragile, ha molte probabilità di non arrivare dove potrebbe.
Raccogliere queste informazioni richiede tempo, relazione e rispetto. Non si tratta di fare indagini. Si tratta di costruire un’osservazione completa che vada oltre i 90 minuti in campo. Significa parlare con l’allenatore del settore giovanile, osservare il ragazzo nel riscaldamento e nel post-partita, cogliere segnali nel comportamento con i compagni e con lo staff. Significa, nel tempo, capire chi è quella persona — non solo che giocatore sembra oggi.
Gli strumenti: utili, ma con un limite importante
Le piattaforme di analisi video come Wyscout o Eyeball hanno cambiato il lavoro degli osservatori professionisti. Permettono di rivedere le azioni, isolare comportamenti, costruire profili su base video con una precisione che l’osservazione diretta da sola non consente. Il dato atletico e fisico, dove disponibile, aggiunge un livello ulteriore di lettura.
Il problema, nel settore giovanile, è che questi strumenti funzionano bene fino a un certo livello. I dati coprono in modo accettabile le squadre Primavera e, in parte, i campionati Under 18 più strutturati. Scendendo di categoria — Under 17, Under 16, Under 15 — la copertura si riduce drasticamente. I video disponibili sono pochi e spesso di qualità insufficiente. Le statistiche sono quasi inesistenti. Le piattaforme più avanzate del settore faticano a coprire in modo sistematico realtà che pure producono giocatori importanti ogni anno.
Nelle categorie giovanili inferiori, il lavoro sul campo non ha alternative. L’osservatore deve andare a vedere di persona, con una scheda strutturata che non sia una semplice checklist ma uno strumento vivo — capace di catturare progressione, contesto, variabili qualitative che nessun dato automatico può restituire.
La tecnologia integra il lavoro, non lo sostituisce. Nel settore giovanile questa distinzione è più netta che altrove.
Ridefinire il ruolo dell’osservatore
Lo scout giovanile non è un cacciatore di talenti. È un lettore di potenziale. Sono due mestieri profondamente diversi.
Il primo cerca la qualità evidente, quella che si vede subito, quella che impressiona. Il secondo cerca la qualità latente, quella che richiede occhio, pazienza e una capacità di lettura che va ben oltre la competenza calcistica. Richiede sensibilità pedagogica, conoscenza dello sviluppo psicofisico dell’adolescente, capacità di leggere contesti e relazioni.
La domanda che mi sono posto ogni volta che ho osservato un giovane calciatore non è “è bravo?”. È: “chi può diventare?”
Sono due domande diverse. E portano a risposte — e a scelte — completamente diverse.

Enrico Ascheri
Direttore Sportivo, Responsabile Scouting e Responsabile Settore Giovanile
Ho maturato oltre quindici anni di esperienza nella gestione dell’area tecnica e del settore giovanile nel calcio professionistico e dilettantistico italiano.