
Allenare l’errore: un momento importante dello sviluppo giovanile.
di Enrico Ascheri
24 Giugno 2026
C’è un momento nello sviluppo di un giovane calciatore che vale più di qualsiasi valutazione tecnica. È il momento che segue l’errore. Quello che accade nei secondi e nei minuti dopo che un ragazzo sbaglia — la risposta dello staff, il messaggio che arriva, il modo in cui viene trattato — costruisce o distrugge qualcosa che è molto più difficile da allenare di un fondamentale tecnico: il rapporto con la difficoltà.
Non è un tema secondario. È centrale. Perché il calcio è, nella sua essenza, uno sport dove si sbaglia. Anche ad alto livello. Anche i migliori. La differenza tra un calciatore che cresce e uno che si ferma non sta nella capacità di evitare l’errore — sta in quella di attraversarlo.
Due culture a confronto
Quando un giovane calciatore sbaglia, lo staff ha davanti due strade.
La prima lo tratta come un fallimento. L’errore è una mancanza, una conferma di una lacuna, qualcosa da rimproverare o da non tollerare. Lo staff reagisce con disappunto, con la sostituzione immediata, con il silenzio pesante che comunica tutto. Il messaggio che arriva al ragazzo, anche quando non viene detto esplicitamente, è chiaro: sbagliare costa. E quando sbagliare costa, si impara una cosa sola — a non rischiare.
La seconda tratta l’errore come informazione, come un’esperienza vissuta dal ragazzo. Non come qualcosa di desiderabile, ma come un dato: questo ragazzo, in questa situazione, ha fatto questa scelta. Perché? Cosa stava leggendo? Cosa gli mancava? In questo modello, l’errore diventa il punto di partenza di un lavoro. Non un giudizio sul calciatore, ma una traccia su dove dirigere lo sviluppo.
Non sono sfumature di stile. Sono due sistemi che producono calciatori completamente diversi.

Cosa impara chi cresce nell’errore-fallimento
Un ragazzo che vive in un ambiente dove l’errore è un fallimento impara a ottimizzare la propria sopravvivenza nel sistema. Impara a scegliere il passaggio sicuro quando ci sarebbe quello giusto. Impara a non dribblare quando ha un margine perché il rischio non vale la pena. Impara a guardare la panchina prima di prendere un’iniziativa. E, molto spesso, impara la cultura dell’alibi.
Tecnicamente può anche migliorare. Ma diventa un calciatore che ragiona con il freno. Uno che non esplora i propri limiti perché ha imparato che oltre i limiti c’è la punizione. E quando arriva il calcio dei professionisti — dove la pressione è reale, dove le partite contano davvero, dove nessuno ti protegge — quel ragazzo non ha mai sviluppato gli strumenti per stare dentro la difficoltà. Ha solo imparato a evitarla.
Cosa costruisce la cultura dell’errore come informazione
In un ambiente dove l’errore è trattato come informazione, accade qualcosa di diverso. Il ragazzo capisce che sbagliare fa parte del processo. Non che sbagliare vada bene a prescindere — la qualità conta, l’attenzione conta, la concentrazione conta. Ma che quando sbaglia, il lavoro non è nasconderlo o scusarsi: è capirlo.
Questo costruisce un rapporto con la difficoltà completamente diverso. Un ragazzo che sa che dopo l’errore viene un’analisi, non una punizione, è un ragazzo che osa. Che prova. Che rimane presente anche quando le cose non vanno. Che non sparisce nei momenti difficili della partita.
Il peso dell’errore i ragazzi lo sentiranno eccome, quando arriveranno in prima squadra, quando i punti in palio valgono più di tutto il resto. Ma a quel punto il processo di formazione — non di miglioramento, che quello non finisce mai — dovrebbe essere già terminato. Se non lo è, è tardi.
È esattamente la mentalità che si cerca disperatamente a diciotto, venti, ventidue anni — e che quasi mai si riesce a costruire in quel momento, perché si forma molto prima.
Come si gestisce l’errore nella pratica
Trattare l’errore come informazione non significa abbassare gli standard. Significa applicarli in modo che il calciatore possa usarli per crescere, non solo per sopravvivere.
In allenamento, quando un ragazzo sbaglia una scelta, la domanda che lo staff dovrebbe porgli non è “perché hai fatto così?” in tono accusatorio. È “cosa vedevi in quel momento?” oppure “cosa volevi fare?”. La risposta apre una conversazione tecnica reale. A volte emerge che il ragazzo aveva una lettura corretta ma ha eseguito male. A volte emerge che la lettura era sbagliata, e allora si lavora su quella. In entrambi i casi, il ragazzo esce dall’episodio con qualcosa in mano.
In partita, la sostituzione o la correzione non dovrebbe mai diventare un segnale punitivo. Un ragazzo che viene fuori dopo un errore e viene ignorato — o che sente solo disappunto — chiuderà il proprio gioco la prossima volta. Un ragazzo che esce, riceve un’analisi rapida e precisa, e capisce cosa portarsi dietro, è un ragazzo che la settimana dopo ci lavora sopra.
La differenza, in termini di tempo e di energie dello staff, non è enorme. In termini di impatto sul calciatore, lo è.

Il ruolo dello staff nella cultura dell’errore
Questo approccio non si improvvisa. Richiede che lo staff condivida una visione comune su cos’è l’errore e su come si risponde. E richiede che sia la società, prima ancora dello staff, a trasmettere questa mentalità dall’alto.
Se in una stessa squadra l’allenatore tratta l’errore come informazione e il vice lo tratta come mancanza, il messaggio che arriva al ragazzo è ambiguo. E l’ambiguità, per un giovane, è la cosa più difficile da gestire.
Ho scritto in un articolo precedente che lo staff tecnico non è un insieme di individui: è un sistema. Vale esattamente qui. La cultura dell’errore non è la posizione personale dell’allenatore — è una scelta collettiva dello staff, che si manifesta in ogni gesto, in ogni reazione, in ogni parola detta o non detta nei momenti che contano.
Quando questa coerenza c’è, i ragazzi la sentono. Non come regola. Come ambiente. E gli ambienti formano.
L’errore è dove si decide il calciatore
Nei sei anni di formazione che attraversa un ragazzo in un settore giovanile, le partite sono centinaia. Gli allenamenti sono migliaia. Gli errori sono decine di migliaia. Ogni errore è una piccola biforcazione: il ragazzo impara che sbagliare è pericoloso, o impara che sbagliare è il materiale grezzo con cui si costruisce.
Moltiplicato per anni, quella biforcazione produce una persona diversa. Un calciatore diverso.
La mentalità non si allena con i discorsi. Si allena con le reazioni quotidiane alle cose che accadono. E tra tutte le cose che accadono in un settore giovanile, l’errore è la più frequente, la più carica di significato, e la più sottovalutata.
Enrico Ascheri
Direttore Sportivo, Responsabile Scouting e Responsabile Settore Giovanile
Ho maturato oltre quindici anni di esperienza nella gestione dell’area tecnica e del settore giovanile nel calcio professionistico e dilettantistico italiano.