
Talento sprecato. Il paradosso del calcio giovanile italiano.
di Enrico Ascheri
3 Giugno 2026
Negli ultimi tre anni le nazionali giovanili italiane hanno vinto l’Europeo Under 19 nel 2023, l’Europeo Under 17 nel 2024, raggiunto la finale del Mondiale Under 20 nel 2023 e conquistato il bronzo al Mondiale Under 17 nel 2025. Nessun paese in Europa ha fatto meglio di noi a livello giovanile in questo periodo.
Nello stesso periodo, la Nazionale maggiore non si è qualificata agli ultimi due Mondiali e ha perso agli ottavi di Euro 2024 contro la Svizzera.
La settimana scorsa ho scritto di selezione, gestione e valorizzazione — i tre principi che determinano il percorso di qualsiasi calciatore, dal settore giovanile alla prima squadra. In quel pezzo ho dedicato attenzione particolare alla valorizzazione, la scelta attiva del percorso giusto per ogni calciatore: dentro o fuori dal club, in prima squadra o in prestito, con i pari età o sotto leva quando serve. E ho scritto che è la fase che il calcio italiano gestisce peggio.
Oggi voglio dimostrarlo con i numeri. E con quello che ho visto da vicino.
Quello che ho visto da vicino
Ho seguito direttamente, nel corso degli anni, ragazzi considerati certi per il professionismo. Talento reale, non sopravvalutato. A sedici anni erano già identificati come prospetti seri.
Alcuni si sono persi per ragioni che nessuno avrebbe previsto. La vita mondana: le distrazioni, l’incapacità di gestire il tempo libero quando smetti di essere un bambino e inizi ad avere soldi in tasca. Non è una questione morale. È un problema di gestione. Un ragazzo che ha passato tutta l’adolescenza ad allenarsi non ha mai imparato a gestire le libertà che arrivano con il professionismo. E quasi nessun club ha qualcuno che si occupi di questa dimensione in modo strutturato. Nessuno.
Altri si sono persi per una scelta di valorizzazione sbagliata: il club sbagliato, la categoria sbagliata, il momento sbagliato. Andare in prestito dove non si gioca. Essere ceduti troppo presto o troppo tardi. A diciassette o diciotto anni una scelta del genere può fermare una carriera — non perché il talento sparisca, ma perché i due o tre anni successivi sono quelli decisivi e vengono bruciati nel posto sbagliato.
E poi ci sono quelli che non hanno retto l’impatto con il calcio degli adulti. Non fisicamente: mentalmente. Il salto di livello, la pressione diversa, il fatto che nessuno ti protegge più. In un settore giovanile puoi sbagliare e ricominciare. In prima squadra l’errore costa punti, e chi ti ha comprato vuole risultati subito. Senza una gestione che abbia lavorato su questo aspetto negli anni precedenti, molti ragazzi arrivano a quel momento impreparati.

I numeri che confermano il problema
Questi non sono casi isolati. Sono il sintomo di un sistema.
Secondo il CIES Football Observatory, nel 2025 la Serie A ha registrato il secondo dato più basso al mondo per utilizzo di calciatori Under 21 in termini di minuti disputati: appena l’1,9% del totale. Peggio di noi, a livello globale, fanno solo gli Emirati Arabi Uniti.
I dati FIGC sulla stagione 2023/2024 vanno nella stessa direzione: i calciatori italiani Under 21 rappresentano il 2,3% del totale in Serie A, e lo 0,8% dei gol segnati nel campionato porta la loro firma.
In Serie A nella stagione 2025/26 sono stati utilizzati dodici Under 19, spesso per pochi minuti. In Premier League e Bundesliga nello stesso periodo ne hanno impiegati più di cinquanta.
Questi numeri non parlano di un problema di talento. Parlano di un problema di valorizzazione sistemica. I ragazzi ci sono — le nazionali giovanili lo dimostrano ogni anno. Il sistema non sa cosa farne quando escono dal contesto protetto del settore giovanile.
La pressione che blocca la valorizzazione
Sarebbe sbagliato dare la colpa agli allenatori. Il problema è il contesto dentro cui operano.
Un allenatore di Serie A o Serie B che perde tre partite consecutive rischia il posto. In questo contesto, schierare un diciottenne — con i suoi errori fisiologici, con la sua discontinuità inevitabile — è un rischio che pochissimi si possono permettere. Non perché non credano nel ragazzo, ma perché il risultato della domenica viene prima di tutto il resto.
La valorizzazione richiede esattamente quello che questo sistema non permette: tempo, visione lunga, tolleranza dell’errore. Richiede che qualcuno nel club abbia la responsabilità e l’autorità di scegliere il percorso giusto per ogni calciatore — e che quella scelta venga protetta anche quando i risultati a breve termine non la giustificano.
I club che ci riescono — in Italia e in Europa — lo fanno perché hanno costruito una protezione organizzativa attorno a questa funzione. Non è una questione di budget: è una questione di struttura e di visione condivisa a tutti i livelli del club.


L’errore della Primavera
C’è un caso concreto che illustra bene il problema: l’innalzamento dell’età massima per la Primavera.
Portare il limite a ventitré anni ha prodotto un effetto paradossale. Invece di creare un trampolino verso il professionismo, ha creato una categoria dove i ragazzi di diciassette e diciotto anni giocano contro ventenni e ventunenni già fisicamente formati. I più giovani vengono schiacciati invece di crescere. I più grandi, quelli che dovrebbero essere già in prestito o in prima squadra, rimangono parcheggiati perché nessuno li prende.
È un errore di valorizzazione strutturale, deciso a livello normativo. Il risultato è che il salto dalla Primavera al professionismo è diventato ancora più difficile. Il divario si è allargato invece di ridursi.
Il problema è sempre lo stesso
Selezione, gestione, valorizzazione. Tre principi che devono stare insieme.
In Italia selezioniamo bene — le nazionali giovanili lo dimostrano. Gestiamo con qualità variabile, ma il lavoro nei settori giovanili c’è. Non valorizziamo. Non costruiamo per ogni calciatore il percorso giusto nel momento giusto — dentro o fuori dal club, in prima squadra o in prestito, con i pari età o sotto leva quando serve.
E finché questo anello rimane rotto, continueremo a vincere gli Europei Under 17 e Under 19 e a non qualificarci ai Mondiali con la Nazionale maggiore.
I talenti ci sono. Il problema è quello che il sistema fa — o non fa — dopo averli trovati.
Enrico Ascheri
Direttore Sportivo, Responsabile Scouting e Responsabile Settore Giovanile
Ho maturato oltre quindici anni di esperienza nella gestione dell’area tecnica e del settore giovanile nel calcio professionistico e dilettantistico italiano.